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Dai TG a IG: come i social hanno cambiato il modo di raccontare la guerra

Quando al TG vedevamo i video della guerra in Iraq, ex-Jugoslavia o Afghanistan ci arrivava agli occhi una visione edulcorata, lavorata e “politically correct” della guerra. I social hanno abbattuto questo filtro arrivando a raccontarci i conflitti in tutta la loro crudezza e violenza con reel e immagini anche difficili e duri da digerire.

Centinaia di migliaia di reel, storie ricondivise su scala globale, pagine create ad hoc per raccontare l’evento: quella in Palestina è sicuramente la guerra più social di sempre. Un nuovo modo di visualizzare e comunicare anche il terrore e la distruzione – compito, quest’ultimo, non più esclusivamente dei soli giornalisti e reporter – raccontato live proprio dalle persone che lo vivono ogni giorno sulla propria pelle. 

Con 166 milioni di messaggi su X, Facebook, Instagram e TikTok, dal 7 ottobre la guerra nella Striscia di Gaza è il tema più commentato al mondo sui social network. Per dare un’idea della grandezza dell’evento basti pensare che i messaggi sul conflitto sono stati il 47% in più rispetto a quelli sul mondiale di calcio maschile del 2022 (fonte Visibrain) che deteneva il primato dell’evento più commentato online.

Motaz Azaiza, Wizard Bisan, Omar&Herz: un conflitto fatto di reel e storie

Sui social, sui propri profili personali, si è soliti raccontare la propria quotidianità: una foto dell’outfit, la condivisione della propria vita lavorativa, la foto di un tramonto, un contenuto dedicato ad un traguardo personale e così via. Ebbene, anche in Palestina questa dinamica sta trovando terreno fertile, con una sola grande differenza: le giornate di chi riesce ancora a connettersi al mondo sono scandite da morte, distruzione, dolore e orrore. Un grido d’aiuto che rimbalza di profilo in profilo, che gira il mondo e colpisce chiunque. Uno dei maggiori rappresentanti di questa nuova narrazione è sicuramente Motaz Azaiza, reporter che ha raccolto un enorme seguito social (oltre 18 milioni di follower su Instagram) raccontando la scia di morte lasciata dal conflitto.  Fino al 7 ottobre, giorno in cui la guerra tra Israele e Palestina ha avuto inizio, Azaiza aveva circa 25 mila follower su Instagram e postava ritratti e spaccati di vita “normale” all’interno della famosa “Striscia”. Con le sue foto e i suoi video (anche violenti e strazianti) ha raccontato in un modo vero, reale e senza filtri il dramma in corso, tanto da essere stato eletto “Uomo dell’anno 2023” e da finire sulla copertina del Time. Ma questo non è l’unico caso di “social reporter di guerra”.

Un altro valido esempio è rappresentato dall’account Instagram di Wizard Bisan, che ad oggi conta 4,7 milioni. Nella sua bio si legge: “Filmaker, viaggiatrice e sognatrice” e sul feed sono visibili tre contenuti fissati in alto che raccontano la vita prima del 7 ottobre e nelle ore immediatamente successive allo scoppio del conflitto. Oggi i suoi post e reel vertono solamente sugli orrori della guerra – spesso difficili da digerire perché dolorosamente reali – che purtroppo non lasciano spazio ad alcun tipo di sogno, se non quello della fine delle ostilità. 

Anche format classici come quello in cui si mostra la propria daily routine sono stati adattati al racconto della guerra creando un effetto distopico: un racconto assolutamente social oriented e “normale” di una situazione del tutto catastrofica e “a-normale”. È il caso di due ragazzi palestinesi – Omar e Herz – che con i propri reel hanno fatto il giro del mondo. I due vlogger iniziano i loro contenuti con una frase di rito, classica del format, che riassume al meglio la situazione: “Giorno XX of sharing our daily routine…in war zone”. A seguire una serie di immagini che ci danno, in maniera relativamente leggera ma assolutamente diretta, una panoramica di strade distrutte e macerie, tra cui i due giovani si muovono e registrano i loro contenuti. Ci raccontano di come il pane sia diventato costoso perché mancano farina e gas ma anche momenti “normali” come la partecipazione a un torneo di scacchi o l’incontro con un amico.

Quella di Omar e Herz è la dimostrazione di come il linguaggio social si sia adattato anche a questa tipologia di contenuti “di guerra” rendendoli virali. La conseguenza naturale è stata la crescita enorme in termini di follower: il duo ne ha ottenuti circa 1.4 milioni in pochissimo tempo.

Social war: dal Blockout delle star alla guerra di TikTok

Oltre al campo di battaglia “reale” la guerra si è spostata anche su diversi profili di influencer e celebrità, che sono stati colpiti dall’arma più dannosa in quest’ambito: l’unfollow. Per le star non schierarsi è infatti stata una scelta che in ottica follower non ha assolutamente premiato poiché la generazione Z si è rivelata estremamente attenta all’argomento. Non sfruttare la propria potenza mediatica per condividere messaggi di pace, o comunque per mostrare un netto distacco da quell’orribile realtà, si è rivelato un affilato boomerang per molte star. Tale situazione trova la sua origine nel Met Gala, il famoso e sfarzoso evento benefico a cui quest’anno ha preso parte anche la modella Haley Baylee, la quale, vestita come Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, ha pronunciato la celebre frase “Che mangino brioche”, che storicamente è proprio attribuita alla regina. Tale episodio ha colpito in pieno la Baylee, accusata di aver rivolto quella frase proprio alla popolazione di Gaza, ridotta allo stremo. Risultato? Onda di unfollow.

La guerra social sta trovando terreno fertile anche su TikTok e diverse ricerche, tra cui quella portata avanti dal sito arabo di approfondimento Al Sifr, dimostrano che l’importante presenza della Gen Z – o comunque di un pubblico under 35 – sulla piattaforma faccia sì che il supporto venga mostrato maggiormente per la Palestina. Secondo il database di TikTok l’82% delle persone che ha visualizzato #standwithpalestine ha meno di 34 anni. Risultato? L’hashtag in questione ha ricevuto 2,9 miliardi di visualizzazioni mentre #standwithisrael “solamente” duecento milioni. 

All eyes on Rafah: perché la storia è diventata virale?

È argomento di discussione da giorni la vicenda legata alla storia “All Eyes on Rafah”. A seguito dei bombardamenti israeliani ai danni della tendopoli palestinese, su Instragram ha comiciato a circolare una storia generata con l’AI da un giovane fotografo malese che, appunto, invitava a puntare lo sguardo sul terribile episodio verificatosi a Rafah. Il contenuto è stato ricondiviso oltre 40 milioni di volte dagli utenti di tutto il globo – grazie allo stickers “Tocca a te” – e ha permesso di dare ampia visibilità ad un atto odioso che è costato la vita a 45 persone. La potenza della condivisione, però, ha portato con sé anche alcune polemiche: una su tutte è legata al fatto che, presumibilmente, diverse persone abbiano agito solamente per ”moda” e non perché realmente interessate al problema. D’altro canto, però, l’attenzione è stata effettivamente rivolta alla tragedia e al conflitto, seppur in modalità che per certi versi non spiccano per sincerità. 

La vitalità del dolore

Dalle dronate sui campi di bambini morti a un’immagine più che virale generata con l’AI: sono varie e variegate le tipologie di contenuti social a tema Palestina che stanno facendo il giro del mondo e che stanno raccontando o creando partecipazione (in social marketing diremmo interazione) intorno alla guerra. La guerra a Gaza sta cambiando e a tratti sovvertendo le classiche dinamiche social a cui siamo abituati, sfruttando i canali digitali e i loro strumenti – compresi gli utenti – come una cassa di risonanza mediatica a cui la comunicazione tradizionale ha forse dato fin troppo poco spazio. Oltre che i social però questa guerra sta stravolgendo un intero territorio e la vita di milioni di persone e, in questo caso, gli effetti appaiono come disastrosi e irreversibili.

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